AKTION T4 Gusci umani vuoti

AKTION T4 Gusci umani vuoti

Fin dal 1939 in Germania era in corso il programma di eutanasia dei malati psichici e dei disabili, definiti come “gusci umani vuoti” e destinati all’eliminazione mediante soppressione. In alcuni manicomi tedeschi venivano portati i malati come ad Zwiefalten, nel Badenwuerttenberg che fungeva da smistamento per poi inviarli al centro di annientamento di Grafeneck. A nessuno compresi i loro parenti venne permessa la possibilità di scegliere fra il restare in Italia e l’andare in Germania. Persone di estrazione sociale diverse: agricoltori, contadine, operai, artigiani, frati cappuccini, uno studente di un seminario, un ingegnere, un capostazione, un insegnante. La maggioranza è cattolica, due donne sono di religione ebraica. Quasi tutti erano da tempo ricoverati a Pergine, 30 provenivano dalla colonia agricola di Vàdena, 23 dall’Istituto di Nomi, alcuni da Udine e Gemòna. 

Gusci umani vuoti, un racconto teatrale di uno degli episodi più drammatici e crudeli (e anche dimenticati) della storia del Novecento trentino.

Tra il 25 e il 26 maggio del 1940, 299 uomini e donne di lingua tedesca ricoverati nel manicomio regionale di Pergine (classificato come ospedale psichiatrico) che aveva giurisdizione su tutto il Trentino Alto Adige furono deportati di notte in Germania. La crudele decisione fu concordata dalle autorità militari e civili naziste e fasciste tedesche e italiane nel quadro delle “opzioni esercitate dagli allogeni a favore del Terzo Reich” e del programma “Aktion 4” .

Aktion T4 era il programma di eugenetica, avviato nel 1939 e inizialmente rivolto solo ai bambini con deformazioni e disabilità. Mirava all’eliminazione metodica dei neonati con problemi fisici o mentali. Il programma prevedeva l’eliminazione di 300 mila persone disabili iniziando dai bambini, che furono le prime vittime dell’operazione T4 chiamata così perché l’ente nazista per la salute e l’assistenza sociale di Berlino si trovava in Tierga tenstrasse 4. Si procedeva a sterilizzare persone affette da disabilità per impedire di riprodursi, isolare e segregare sia bambini che adulti per evitare che potessero vivere inseriti nella società e ancor più atroce erano destinati a diventare cavie di esperimenti scientifici per poi essere soppressi.

Il giurista Karl Binding, si espresse per la loro eliminazione: “Costoro non hanno né la volontà di vivere né quella di morire. Per questo, né da un punto di vista giuridico, né sociale o morale o religioso, c’è alcun motivo per non acconsentire all’uccisione di questi esseri. In tempi di più alta moralità – nei nostri, invece, ogni forma di eroismo è andata perduta – si sarebbero liberati d’ufficio questi poveri esseri dalla loro stessa vita”.

Le azioni coreografiche hanno un impatto visivo determinante e si avvicendano nel racconto che si fa sempre più drammatico: i visi mascherati resi anonimi, soggetti inermi e impotenti nelle mani dei loro carnefici; la deportazione contro la loro volontà; la prigionia dietro le inferriate che viene rappresentata efficacemente dalla scenografia; le fotografie originali proiettate sullo schermo mostrano visi sofferenti; i medici in camice bianco la cui missione di curare viene abdicata per ubbidire alla cieca follia nazista di sterminare ogni forma di vita “diversa”.

La scelta delle musiche di scena: Steve Reich, Giorgio Battistelli, César Franck, The Comet is Coming e lo struggente Agnus Dei di Samuel Barber che accompagna i protagonisti nel finale, esaltano la potenza drammaturgica visiva dell’azione scenica e ci costringono – ancora una volta – ad interrogarci sul male commesso dall’uomo.

La documentazione da cui è stato tratto “Gusci umani vuoti” è tratta da “Il diradarsi dell’oscurità “ (volume 1/1939-1941) realizzato dal Laboratorio di storia di Rovereto: tre volumi di 1400 pagine che raccontano il Trentino e i trentini nella seconda guerra mondiale. Una ricerca negli archivi pubblici e privati di tutto il mondo. Un accurato lavoro di documentazione che ha permesso di riscoprire dall’oblio storie drammatiche come quella dei malati di mente di Pergine. 

Tra le tante testimonianze di quanto accaduto gli autori hanno scelto anche quella di un’infermiera che lavorava nell’ospedale psichiatrico dove furono deportati dall’Italia i pazienti.

«Quando nell’agosto 1940 tornai dalle vacanze, undici dei miei pazienti non c’erano più, ma nessuno sapeva dove fossero stati portati. Credevamo che li avessero trasferiti in un manicomio in cui sarebbero stati curati bene. Ma quando l’8 novembre 1940 sparì un secondo gruppo di donne e ci vedemmo riconsegnata la loro biancheria in condizioni pietose, come fosse stata strappata, diventammo sospettose. Il terzo trasporto di donne ebbe luogo il 9 dicembre 1940. Fu particolarmente difficile per noi infermiere consegnare queste pazienti, di cui ci eravamo occupate per anni, come fossero bestie destinate a una morte che reputavamo quasi certa. Gli addetti ai trasporti giungevano da Berlino ed erano donne e uomini rudi e spaventosi: afferravano bruscamente i pazienti e li immobilizzavano nelle vetture, a volte addirittura con catene. Le ambulanze non si presentavano all’entrata principale, ma arrivavano prima dell’alba nel cortile interno – dove venivano radunati i degenti selezionati – e sempre prima dell’alba lasciavano l’ospedale. I pazienti cominciarono a capire cosa stava loro per succedere e piangevano, a volte urlavano anche. Una donna che era stata trasferita dal reparto alla cosiddetta casa di campagna, da dove partivano i trasporti, disse: «So cosa mi aspetta». Prima che la portassero via, chiese un dolcetto come regalo di addio. Tempo dopo la sua deportazione, alla sorella fu comunicato che la paziente era morta di dissenteria».

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